La protesi d'anca perfetta? Anatomica e anti-usura

Disegno, materiali e tecnica chirurgica si svilupperanno a tal punto da offrirci una protesi d'anca anti-usura? «Una protesi potrà definirsi perfetta quando sarà in grado di resistere all'usura meccanica» riflette Francesco Biggi



Prof. Francesco Biggi

Al Policlinico di Monza si è chiuso uno dei convegni più “pratici” sulla chirurgia protesica dell'anca, “Disegno, materiali e tecnica chirurgica: come orientarsi oggi nella protesica d'anca”. Tredici tra i chirurghi più rappresentativi della protesica d'anca in Italia hanno presentato e discusso casi critici trattati con protesi etecniche diverse. «L'evoluzione tecnologica continua di design, materiali e tecnica chirurgica ha ispirato questo convegno – dice Francesco Biggi, direttore scientifico del Dipartimento di ortopedia e traumatologia del Policlinico di Monza e ideatore del convegno –. Un messaggio che dalla sala operatoria arriva alle aziende produttrici per investire nella ricerca di nuove artroprotesi sempre più affidabili e compatibili». Per Biggi parlare di artroprotesi d'anca nel 2018, dopo i successi che questa chirurgia ricostruttiva, e non più sostitutiva, ha conseguito in 50 anni di continua evoluzione tecnologica, significa provare a puntare i riflettori su tre aspetti fondamentali: design (forma) delle due componenti, acetabolare e femorale, materiali e tecnica chirurgica di impianto. E uno speciale ricordo va al suo predecessore, il professor Francesco Pipino, ideatore della prima protesi italiana CFP (Collum Femoris Preserving), nota intutto il mondo.

Professor Biggi, quali caratteristiche dovrà avere la“protesi perfetta”? Stiamo già costruendo protesi perfette ma, ancora, non sono protesi che tengono in considerazione l'osso che invecchia in una popolazione con un'aspettativa di vita che aumenta insieme alla richiesta funzionale. Infatti, pur impiantando protesi di ultima generazione con una tecnica adeguata, non dobbiamo dimenticare il processo biologico di invecchiamento del tessuto osseo, l'osteopenia e l'osteoporosi, a cui quel paziente andrà incontro: una protesi oggi perfettamente stabile, a contatto con un certo tipo di osso, dopo vent'anni potrebbe mobilizzarsi per “indebolimento del contenitore”, con insorgenza di dolore e necessità dì sostituzione. Forse resterà solo un sogno, ma una protesi potrà definirsi perfetta quando, oltre a rispettare anatomia, biomeccanica ed essere biocompatibile, sarà costruita anche per durare a lungo, ovvero sarà in grado di resistere all'usura meccanica e quindi, una volta impianta anche in pazienti giovani ad elevata richiesta funzionale, non ci sarà più la necessità di sostituirla.

E per quanto riguarda la via chirurgica, verso quale direzione si sta andando? La direzione è chiara, ovvero mininvasività e sempre maggior rispetto dell'anatomia. Rispetto alle tecniche chirurgiche e alle protesi che si impiantavano venti anni o trenta fa, oggi si possono avere ottimi risultati con protesi tendenti a risparmiare quanto più osso possibile: gli steli corti vanno in questa direzione. Infine, per quanto riguarda le vie chirurgiche, è ormai dimostrato che non ce ne sia una più valida dell'altra; è invece dimostrato che la validità della tecnica dipende da quanto il chirurgo sia confidente con quella via.

Liana Zorzi

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