La memoria e l’oblio per un invito a non dimenticare, davvero

Il prof. Schiffer: “shoah come emblema del male”

È da quale mese trascorso il Giorno della Memoria, che ancora per pochi rappresenta l’occasione di tristi ricordi, ma non per tutti. È passato molto tempo da allora e l’aforisma, spesso ripetuto in quei giorni, “per non dimenticare” riferito alla Shoah e ai suoi correlati, sta correndo il rischio di diventare banalmente l’icona di un qualcosa che non si conosce più e di essere strumentalizzato. In chi voglia mantenere un atteggiamento critico di fronte ai continui neo-ideologismi del tempo attuale i quesiti che questo aforisma suscita sono: chi lancia questo messaggio e a chi è rivolto? Che cosa non bisogna dimenticare? Ho scritto un libro su questo argomento, senza la pretesa di fare la storia degli anni bui del secolo breve, ma per affrontare il tema della memoria di quel periodo con un approccio fenomenologico (1).
davide schifferIl tempo scorre e la memoria degli accadimenti con esso si affievolisce e scompare nell’oblio, fatta salva la conservazione delle sue punte più alte nella storiografia che, però, ha il difetto, comune a tutte le scienze, di essere storica e cioè di fornire verità relative all’epoca in cui viene scritta. Già Benedetto Croce aveva detto che “ogni storia passata è una storia contemporanea”. Vorrei affrontare il problema della memoria nell’uomo dal punto di vista neuro scientifico, ma so che l’approccio biologico, in confronto agli animali da esperimento, compresa la lumachina di mare Aplysia californica su cui si erano concentrati gli studi di Kandel (2), è ancora agli albori; quello neuro-cognitivo e di neuroimaging comincia a produrre risultati, ma per lo più limitati alle sedi cerebrali coinvolte (3, 4). Per la comprensione degli altrimenti impenetrabili meccanismi della memoria e delle sue categorizzazioni non rimane che l’approccio fenomenologico (5, 6) con la distinzione della memoria in tre classi, individuale, collettiva e storico-culturale.
La memoria individuale contiene le esperienze associate alla loro componente emotiva, i famosi qualia di Edelman (7), la cui integrazione nel vissuto avviene secondo un “pregiudizio” (8) in senso ermeneutico che condiziona l’esistenza di un polimorfismo di vissuti pari alle individualità umane esistenti. Le memorie individuali pertanto potranno essere “dilacerate” e cioè non concordanti su singoli accadimenti, perché costruite con diversi “pregiudizi.” La dilacerazione può continuare nella memoria collettiva e poi si ricuce nella memoria culturale-storica con l’eccezione dei revisionismi o negazionismi.
La costruzione di un vissuto avviene con l’integrazione in esso di quanto entra nella nostra mente, percezioni, pensieri, etc, dopo il suo confronto con le nostre immagini mentali o patterns, che non sono altro che un sistema di segnalazione interno, frutto di un previo scambio semiologico segnale/recettore, sulla cui base operiamo i riconoscimenti e l’interpretazione del mondo esterno (9). Il sistema è validato dall’intersoggettività così come il dato scientifico è validato dall’intersoggettività scientifica. Al polimorfismo dei vissuti concorrono anche errori nella loro costruzione, legati alla malafede (nel senso di Sartre), al difetto di critica o comunque all’attività di meccanismi iponoici e ipobulici (termini presi da Kretschmer per indicare ciò che sta sotto il livello di coscienza e della volontà) per cui nascono convinzioni devianti o “errate” e cioè non validate dall’intersoggettività. Il delirio in senso psichiatrico e cioè “la convinzione errata che non si lascia correggere né dalla scienza né dall’esperienza” e gli ideologismi (esempio, quello nazi-fascista) si sviluppano su questa base (10).
L’oblio si sviluppa di pari passo con la formazione della memoria storica e culturale che salverà le punte emergenti nel ricordo del passato, di altezza varia a seconda dell’approfondimento. Questa memoria implica comunque che qualcuno se ne appropri attraverso la lettura e lo studio e cioè la cultura.
Con queste premesse la Shoah e la Resistenza, accomunate dalla stessa genesi e cioè le dittature nazi-fasciste, sono analizzate alla luce dell’aforisma sopra menzionato. Anzitutto bisogna chiarire a chi questo è rivolto. Secondo Kandel agli ebrei perché il ricordo della Shoah rientra nei precetti della religione ebraica, così come è entrato il “ricordati cosa ti ha fatto Amalek” (11). La Shoah è stata l’emblema del male che si è prodotto negli anni bui del secolo scorso, ma nel tempo si va associando sempre di più con lo sterminio di milioni di persone di religioni diverse con cui condivide la genesi. L’invito pertanto sembra avere un riferimento universale. A chi è rivolto l’invito? Non certo ai superstiti o ai testimoni diretti dell’epoca del male, segnati da un’esperienza che non potrà essere dimenticata per l’enorme contenuto emotivo. Le generazioni successive che, tranne la prima fatta dai postmemory (12) e cioè i figli delle vittime o dei superstiti che possono avere albergato qualia assimilabili a quelli delle vittime, non hanno esperienza diretta e quindi sono tendenzialmente neutre dal punto di vista emotivo. Come possono queste ricordare o dimenticare qualcosa che non hanno esperito?
Per loro si tratterà dapprima di memoria collettiva e poi soprattutto di memoria storica che praticamente corrisponde all’oblio, a meno che non venga ricercata.
Un altro punto importante è il significato del “non dimenticare.” La dilacerazione delle memorie individuali si ripete, anche se in minor grado, nelle memorie collettive e tende a scomparire in quella storica. L’invito a non dimenticare come viene recepito da chi non ha condiviso le stesse esperienze delle vittime o ne ha avute di opposte su uguali accadimenti?
Chi ha condiviso consciamente o inconsciamente la concezione nazi-fascista o l’ha sostenuta anche per sola convenienza e ha vissuto quelle esperienze con un altro “pregiudizio”, come si dice, non ha fatto “i conti con la storia” avrà una visione dell’epoca del male contrapposta.
Alludo ai carnefici, agli autori delle deportazioni e dei massacri, a chi si è adeguato all’organizzazione di morte e ha contribuito, magari indirettamente a tutto ciò, agli attuali anti-semiti, ai loro discendenti che hanno conservato l’atteggiamento di famiglia. In buona o in malafede possono trovarsi d’accordo nel ricordare, ma non si riferiscono a quel contenuto che l’invito a non dimenticare intenderebbe alludere. Una larga fascia di popolazione poi vuole, per i motivi suddetti, dimenticare quello che è accaduto e addirittura molti usano inconsapevolmente nomi e insegne dell’epoca del male come strumento di rivolta sociale, generazionale o semplice delinquenza solamente per ferire l’establishment colpendo ricchi, potenti, barboni, comunisti, ebrei, immigrati, gay, i muri delle case etc.
Il relativismo non è oggi soltanto scientifico, ma anche storico e culturale e sappiamo che scrivere di storia bisogna emettere giudizi morali (13). Questi dipendono dall’ethos dell’epoca in cui si svolgono gli accadimenti o si scrive di essi. Per noi oggi valgono, a parte i credo religiosi, due principi antropologici fondamentali che sono l’empatia e la solidarietà, da cui derivano due corollari rappresentati da libertà e giustizia. Chi contravviene fa il male.
La sofferenza altrui è sofferenza per noi. I nostri sentimenti e giudizi sono validati dall’intersoggettività e sono cioè una norma. Chi si sottrae ad essi si sottrae anche alla dialettica con il tempo, si ipostatizza o si dedialettizza nello stesso modo come è stato dello per il delirio e gli ideologismi.
Oggi i negazionismi, i revisionismi ideologici, l’oblio per incultura che si aggiunge a quello fisiologico legato alle capacità limitate, per quanto enormi, del nostro cervello, ci suggeriscono cautele e precisazioni quando si rivolge l’invito a non dimenticare. Non serve tanto il mirare con l’invito e i suoi supporti visivi a suscitare semplicemente emozioni, il che può essere utile, ma anche sterile o strumentale ad altro, quanto soprattutto a favorire con esse l’acculturazione critica di quanto è successo, centrata sull’apprendimento della sua genesi. Questo è il solo meccanismo che può salvarci dal ripetere gli stessi errori del secolo scorso, anche se la historia magistra vitae si è dimostrata avere una portata più che limitata.


Citazioni bibliografiche


(1) Schiffer D. Memoria e oblio: un’analisi fenomenologica degli anni bui del secolo breve. Golem Edizioni, Torino, 2015
(2) Kandel E. Alla ricerca della memoria, Codice, Torino, 2005; (3) Seung
(3) Seung S. Connettona. La nuova geografia della mente. Codice, Torino, 2013
(4) Dahaene S. Coscienza e cervello.Come i neuroni codificano il pensiero. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.
(5) Husserl E. Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica.Vol II, libro III, Einaudi, Torino, 2002.
(6) Feyles M. Studi per la fenomenologia della memoria. Franco Angeli, Milano, 2012
(7) Edelman G. Darwinismo mentale. La teoria della selezione dei gruppi neuronali. Einaudi, Torino, 1995.
(8) Gadamer H-G.Verità e metodo, tr. it. Di G. Vattimo, Bompiani, Milano, 1983
(9) Prodi G. Le basi materiali della significazione. Bompiani, Milano, 1977
(10) Schiffer D. Attraverso il microscopio. Neuroscienze e basi del ragionamento clinico. Springer, Milano, 2011
(11) Deuteronomio, 25, 17-19
(12) Hirsch M. The generation of postmemory. Poetics Today 29: 1, 2008

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