Il congresso di medicina  psicosomatica. Il professor Davide Schiffer: neuropatologia e filosofia

I giorni 24-25 settembre si è tenuto a Torino, presso il Centro Congressi del Lingotto, il Congresso Mondiale di Medicina Psicosomatica. Presidenti i prof. S. Fassino e G. Fava Sonino. Il prof. Davide Schiffer é stato invitato a tenere una lettura dal titolo: “Psychosomatic models: subjective experience with gene/ protein function in CNS tumors and with the microscopic world”.

Il tema è stato di grande interesse per chi fa ricerca scientifica o si interessa a problemi epistemologici, perché sostanzialmente include l’obiettività scientifica e l’interpretazione delle esperienze scientifiche, nella discussione delle quali è sempre tirato in ballo il dualismo empirismo/razionalismo che risale alla res cogitans e alla res extensa di Cartesio. L’oratore ha illustrato come l’esperienza soggettiva si svolga richiamandosi agli “stati mentali” della percezione, processzone e interpretazione con due riferimenti: uno alla biologia della trasformazione tumorale – e nel caso specifico si è trattato di tumori cerebrali in cui è esperto – e l’altro alla percezione visiva nell’osservazione al microscopio. I gliomi maligni coinvolgono nel loro sviluppo e nella loro trasformazione maligna un’enorme quantità di meccanismi e vie molecolari, geni e proteine e processi di attivazione e in attivazione, anche se non si conoscono i passi conclusivi nella loro origine. A causa del suo sviluppo progressivo nel tempo, a tappe successive, il tumore maligno appare o come la conclusione di un progetto biologico o il frutto di eventi stocastici in successione. Esiste in effetti un’interpretazione darwiniana dello sviluppo tumorale come un processo evolutivo, frutto di interazioni dei geni con l’ambiente, centrato sul vantaggio selettivo associato a certe varianti per un dato ambiente.

I vantaggi della diversità derivano, come dice Eigen (1992), dalla selezione dei mutanti superiori e dall’adattamento di quelli inferiori. Se lo considera dal punto di vista cellulare, nella concezione neo-darwiniana, il tumore secondo Vineis (2005) può essere assimilato alla speciazione o all’adattamento. La questione della sua poli- o monoclonalità può essere risolta accettando la prima per gli eventi pre-neoplastici e la seconda per l’evento cruciale, corrispondendo la cascata degli eventi molecolari da un lato ad una serie di avvenimenti stocastici e dall’altro, una volta caduta nelle ferree leggi del DNA, alla necessità in senso filosofico, come ha detto Monod (1975). E’ vero che bisogna tenere conto degli eventi epigenetici, quali ad esempio le metilazioni, l’acetilazione degli istoni e lo splicing alternativo, che limitano l’importanza del DNA, ma la loro apparente trasmissione nelle generazioni cellulari è cancellata dopo poche di queste. Dunque, il passaggio dalla normalità allo stato tumorale avviene con un crescendo di eventi molecolari: lo stato pre-neoplastico, la soppressione dell’apoptosi e dei tumor suppressor genes o guardiani del menoma, la deregolazione del ciclo cellulare che si svolge attraverso una serie di geni e proteine che regolano le cicline e le loro kinasi, l’attivazione dei geni della fase S e della mitosi con le sue complicate modulazioni geniche. Si menziona appena il sistema ubiquitinaproteasoma, il silenziamento dell’mRNA, l’invasione del tessuto normale, le metastasi fino alla riparazione del DNA dopo terapie e ai meccanismi di resistenza cellulare. Su tutto questo dominano i recettori tirosinkinasici, EGFR, PTEN, la cascata di AKT/PKB che inducono e mantengono la proliferazione cellulare. Un esempio calzante è dato dal modello animale dei tumori sperimentali da derivati della Nitrosourea nel ratto. Una singola dose di 20 mg/Kg i.v. alla ratta al 17° giorno di gravidanza di Etilnitrosourea provoca tumori cerebrali nel 90% della progenie. I tumori, dopo un periodo iniziale di latenza, cominciano ad apparire al 3° mese di vita e.u. e continuano a crescere per mesi fino alla morte dell’animale. A partire dall’effetto della Nitrosourea sulle cellule staminali della matrice, si svolgono uno dopo l’altro una serie di eventi biologici in successione temporale. In genere, gli effetti fenotipici delle serie di alterazioni di geni e proteine differiscono a seconda delle cascate molecolari attivati o inattivate.

Un esempio di ciò è dato dai due tipi di glioblastoma, primario e secondario, che si sviluppano associati a diverse alterazioni genetiche. Questi effetti sono prevedibili sulla base dell’esperienza. Un esempio di interpretazione neo-evoluzionistica del tumore é la selezione per competizione dei nuovi cloni maligni che sostituiscono i predecessori e sono responsabili della trasformazione tumorale. Questo processo va sotto il nome di “anaplasia”. Tutte le alterazioni di geni/proteine possono essere viste da due punti di vista. Da quello della nostra esperienza scientifica esse cadono sotto la regola del “caso e la necessità” di Monod.Meccanismi di selezione per competizione nel senso darwiniano producono speciazione e adattamento. Se però si osserva l’intero processo naïvely e senza pregiudizi scientifici, le cose cambiano. Lo studio di Monod enfatizza all’inizio la “contraddizione epistemologica” della biologia i cui oggetti, a parte la morfogenesi autonoma e l’invarianza riproduttiva, mostrano un’ovvia teleonomia e cioè un apparente disegno nella successione dei loro processi. E’ ovvio che la teleonomia poi si risolva a livello genetico e microscopio con le variazioni stocastiche del DNA, che trasporta “il caso” nelle generazioni cellulari. Ad un livello organistico l’aspetto teleonomico degli eventi biologici è inevitabile, perché questi appaiono nella loro forma finale, cosicché si è portati a considerare i precedenti eventi molecolari come finalizzati ad essi. Questo è un atteggiamento psicologico umano che cade nella “fictional function” della mente, secondo la filosofia del “come se” (Die Philosophie des Als Ob, di Hans Vaihinger, 1911). Di fronte ad un evento biologico, è d’obbligo la domanda se esso sia il prodotto di un coinvolgimento stocastico di geni/proteine o se questi siano stati selezionati per il suo compimento. Ovviamente, la finalizzazione di un evento può essere indotta da altri eventi e cioè il disegno può essere intrinseco alla materia vivente, ma non lo si può oggettivare senza staccarlo dal suo contesto biologico. Il secondo esempio riguarda il patologo o chi cerca di discriminare la realtà al microscopio con oggettività e rigore scientifico.

Nel linguaggio di tutti i giorni si dice “guardare le cose con la lente del microscopio” o “analizzare al microscopio una questione”, significando la volontà di essere precisi e obiettivi. Questo può essere sbagliato. Discriminare la realtà al microscopio implica due stati mentali che sono la percezione e l’interpretazione e in entrambe il peso della “esperienza” è fortissimo, in senso positivo dell’identificazione e riconoscimento di “oggetti” nel campo, ma anche in senso negativo. Non si può oggi parlare della percezione visiva senza riferirsi alla Gestalt Psychologie.
Questa fin dall’inizio ha considerato il “tutto” come diverso dalla somma delle e sue parti costituenti. La percezione è un processo influenzato dall’esperienza o “vissuto” che rappresenta lo “sfondo” come opposto alla “figura”. Il processo si compone di uno stadio primario e di uno secondario. Nel primo avviene la descrizione strutturale dell’oggetto, cioè la distinzione della figura dal fondo, nel secondario l’oggetto è comparato con la memoria in una elaborazione cognitiva.

Una pietra miliare nella nostra concezione filosofica della percezione visiva è la teoria di Merleau-Ponty. Questi propugna l’Ontologia della percezione per superare l’opposizione empirismo/razionalismo, concependo la soggettività come il correlato ontologico della corporeità del mondo. La percezione come indicante qualcosa che entra nella mente dal mondo o come una proiezione della mente nel mondo, secondo l’accoppiata empirismo/razionalismo, cioè natura senza coscienza o coscienza senza natura, è superata dal concetto dell’ “Io sono il mio corpo”.
In entrambe le concezioni c’è un ampio spazio per l’influenza del vissuto sulla percezione, sia nel primo che, soprattutto, nel secondo stadio della Gestalt Psychologie.Quello che noi percepiamo è un prodotto cognitivo in cui l’informazione sensoriale è processata in base al proprio vissuto, scientifico o generale. Il preambolo della Gestalt è che non esiste una corrispondenza diretta fra le caratteristiche fisiche della realtà e quelle percepite, poiché le prime possono esistere senza le seconde e viceversa. In questo scambio fra mondo e mente intervengono molti fattori, quali alcune caratteristiche della realtà o le proprietà fisiche e fisiologiche dell’apparato visivo. Esiste una ricca letteratura sui meccanismi che regolano la distinzione della figura dal fondo. I’interesse é tuttavia focalizzato sull’influenza del “vissuto” non solo sulla percezione, ma e principalmente sull’interpretazione del mondo percepito, nella consapevolezza che altre funzioni cognitive intervengono nel primo e nel secondo o in entrambi gli stadi della percezione, come l’attenzione, il linguaggio, la memoria, la coscienza.

L’attenzione è di grande importanza sia nella sua forma attiva che passiva, anche nei mancati o erronei riconoscimenti, ma soprattutto nel passaggio dell’informazione alla memoria a lungo termine. Molti contributi sperimentali sono stati portati su questo argomento, includendo quelli sulle vie che raggiungono l’ippocampo da altri centri nervosi. Questo argomento rientra nella questione più generale che riguarda la possibilità che l’ideazione produca modificazioni organiche, del cervello e si riporta alle grandi idee di Popper, Eccles, Kandel. Della massima importanza é l’influenza del “vissuto” sull’interpretazione del mondo percepito e, al contrario, la capacità di questa di evocare sentimenti e idee nella mente dell’osservatore. L’integrazione dello stimolo nell’esperienza scientifica può condurre ad interpretazioni tanto più utili quanto più in dialettica con la corrente interpretazione scientifica. Il ruolo maggiore nel riconoscimento degli oggetti e nella loro interpretazione , così come nel commettere errori, è giocato dalle cosiddette “immagini mentali” che forzatamente devono essere usate, precedentemente costruite con l’esperienza. Queste devono essere in dialettica con la corrente conoscenza scientifica per non commettere errori che possono arrivare persino ad mideologie.Il concetto di “immagine mentale” potrebbe essere in favore del razionalismo, non fosse per la loro origine dall’esperienza.

I contenuti emotivi dell’esperienza, che rientrano nella memoria implicita e in quel mistero chiamato inconscio, che il relatore preferisce denominare “meccanismi iponoici e ipobulici (secondo Kretschmer), sottendono ad un doppio gioco: influenzare l’interpretazione ed essere evocati con conseguente stato emotivo o esplicitati. Il microscopista vive così in due mondi: uno reale e quello microscopico e passa dall’uno all’altro, non senza sofferenza,ma anche non senza piacevole interesse a causa della generazione di peculiari stati mentali. I patologi commettono errori, come tutti, e al microscopio cercano di dare corrette interpretazioni ed essere obiettivi. Ma qui sorge il quesito: cos’è l’obiettività nella scienza? Dovrebbe significare vedere il mondo reale il più possibile così com’é,ma è già stato detto che la percezione è un prodotto cognitivo in cui il vissuto gioca un grande ruolo e che non c’é una corrispondenza diretta fra le caratteristiche fisiche della realtà e quelle percepite. Questo significa che l’obiettività consisterebbe nell’usare immagini mentali più vicine possibili a quelle riconosciute dalla scienza corrente come vere, assumendo la verità nel senso di Hanson, Kuhn e Popper e considerando il fallibismo, la contingenza e la transitorietà dei dati scientifici, che non sono assoluti e nel lungo periodo risulteranno sbagliati. Quello che mette il patologo oggi a disagio quando fa una diagnosi o conclude una osservazione sono le conseguenze delle sue valutazioni sulla prognosi e trattamento di pazienti e sulla propria produzione scientifica. E’ difficile poter dire se le diagnosi e le conclusioni delle osservazioni microscopiche sono basate più sulla patologia o sulle scienze di base che sono oggi anche quelle più finanziate. Oltre all’iter procedurale delle diagnosi cliniche, su cui ha discusso recentemente Fava Sonino, ci si chiede se anche in microscopia le scienze di base abbiano condotto alla distruzione al fisiopatologico ponte “dal bancone (di laboratorio) al letto (del malato)”, come va sottolineando Feinstein (1970, 2005). Questo non viene discusso nella relazione ad esso bisognerebbe aggiungere qualcosa proveniente dall’interpretazione della “Teoria dei quanta” e dal “Principio di indeterminazione” di Werner Heisenberger. Ma questa è un’altra storia.